Write on Domenica, 16 Giugno 2013 Pubblicato in Pesca dalla barca

E' noto che l'autunno inoltrato anticipi decisamente i rigori invernali, ma è altrettanto appurato che questa stagione intermedia risulta favorevole alla ripresa di molte discipline concernenti la pesca sportiva costiera dalla barca. Questa vigorosa ripresa avviene quando il tempo ed il mare lo permettono: nei periodi anticiclonici, ossia di alta pressione, e quindi in presenza di mare calmo, oppure tra una pausa e l'altra delle perturbazioni atlantiche che si abbattono periodicamente sulla nostra Penisola. In questi frangenti, appunto, avviene un incremento delle attività trofiche e migratorie di molte specie marine e tutto questo, da buoni pescatori sportivi quali siamo, ci stimola ad andare in mare per accogliere le nostre prede di stagione che, oltre ai pesci, sono rappresentate anche dai divertentissimi, nonché gustosissimi, calamari. 

Mezzi nautici e attrezzatura 

Dunque la pesca a questi nobili cefalopodi si può praticare sia da terra che dalla barca, adottando alcune varianti tecniche più o meno simili e ip uso da sempre sulle coste tirreniche.ln questo caso analizzeremo la pesca dalla barca, che è molto seguita ed apprezzata dai pescasportivi nostrani. 

Introducendo questa disciplina, quello che sostanzialmente occorre a chi vuole cimentarsi nella pesca al calamaro è un'attrezzatura specifica, ma comunque niente di straordinario:

  • Una barca di modeste dimensioni; è sufficiente un gozzo, un piccolo fisherman o uno scafo similare di 56 metri, possibilmente con un pozzetto abbastanza agibile per facilitare la stesura delle lenze e garantire una discreta operatIvità;
  • Una lampada per l'illuminazione a bordo, oppure una torcia da sui;  Una serie di telaietti di sughero intorno ai quali avvolgere una certa quantità di monofilo (circa 200 metri dello 0,70 per ogni telaietto), una bobina da 100 metri sempre di monofilo dello 0,30/0,35 per confezionare i finali, una serie di girelle ordinarie a tre vie e qualche piombo di grammatura variabile da usare in caso di forti correnti;
  • Alcune esche artificiali di varia forma e colorazione tipo Yozuri che simulano il gamberone, oppure artificiali fusiformi colorati;
  • Esche naturali morte rappresentate da pesci come il sugarello o la boga, da inserire in apposite gabbiette o barrette metalliche.

Indipendentemente dal tipo di esca usata, sia artificiale che naturale, alla base di ognuna ci deve essere una o più corone di spilli che hanno il compito di trattenere ed assicurare il calamaro per tutta la durata del recupero. 

Dove e come si pesca

Le abitudini di vita del calamaro (Loligo vulgaris) sono di andamento incostante e misterioso. Lo si trova nelle grandi profondità marine oppure nei bassifondi del sottocosta, ma per certo si sa che viene pescato in branchi più o meno numerosi dai pescherecci con le reti a strascico in prossimità del fondo, su una batimetrica variabile che si aggira intorno ai 60 metri. Nel periodo autunnale, che è favorevole alla sua riproduzione, accosta in copiosi branchi e si stanzia temporaneamente dove trova cibo in abbondanza, costituito da pesci e crostacei, e dove può appendere le sue uova. 

Questi luoghi sono notoriamente ricchi di posidonie, secche e rilievi più o meno pronunciati, i cui substrati sono frequentati da crostacei e molluschi. Praticamente le zone ideali dei calamari sono le praterie di posidonie nelle cui vicinanze ci siano scogli sparsi, ad una profondità variabile dai 35 ad una decina di metri, nell'immediato sottocosta. Prima di prendere il largo con la barca, conviene armare la nostra totanara nel seguente modo: prenderemo un telaietto di sughero attorno al quale avvolgeremo circa 200 metri di nylon (lenza madre) dello 0,70 che è una misura ben manovrabile e distendibile. Dopodiché fisseremo al capo libero di questa una girella con moschettone, che congiungerà il finale rappresentato da una decina di metri di monofilo dello 0,30/0,35 di sezione. Al capo libero del finale fisseremo, con un'altra girella con moschettone, l'esca artificiale, che potrà essere rappresentata sia dal classico "gamberone" Yozuri che dal tipico "fuso" che è in sostanza un piombo rivestito di filato di seta biancorossa o biancoceleste alla cui base è fissata la consueta corona di spilli. 

Un finale da esplorazione

Il "gamberone" Yozuri, invece, ha una deriva centrale in piombo ed è rivestito da un filato in seta variopinto: biancoa ranci o, biancoceleste, biancorosso fluorescente ecc., sempre con la mono o con la doppia corona di spilli fissata nel punto della "coda". In base alle personali esperienze di pesca al calamaro ho constatato che il "gamberone" risulta più catturante delle altre esche artificiali, in modo particolare mi riferisco a quello biancoarancio! Comunque, ciò non è dato per scontato: a volte l'umore bizzarro dei cefalopodi fa orientare i loro gusti altrove, magari verso l'esca naturale morta, che ricordo può essere rappresentata dal sugarello o dalla boga che vanno inseriti nella gabbietta o nello stelo. E' consigliabile, quindi, al momento dell'azione di pesca, tenere pronti alcuni telaietti armati con esche varie, artificiali e naturali. Una variante tecnica può essere quella di inserire più esche artificiali lungo il finale, per esplorare contemporaneamente più strati d'acqua. In genere ne vengono inserite due o tre e sono così ripartite: la prima al moschettone del capo della lenza madre, la seconda a metà distanza della lunghezza del finale, e la terza al moschettone finale, con aggiunta di piombo se al momento esiste una discreta corrente marina. L'esca intermedia va applicata al finale tramite girella a tre vie oppure con una semplice cappiola sul finale stesso. 

L'azione di pesca

Ipotizzando a questo punto di avere tutto pronto barca, lampada, lenze plurime armate con esche artificiali e naturali vediamo come deve svolgersi l'azione di pesca. Andiamo con la nostra imbarcazione sul luogo scelto nelle ore pomeridiane, dopodiché ci fermiamo e andiamo in deriva scarrocciando lentamente. Caliamo le nostre lenze fino a farle arrivare sul fondo, quindi recuperiamo il finale per circa un metro e iniziamo ad imprimere al nylon un movimento brusco verticale, per vitalizzare l'esca stessa e con ciò sensibilizzare l'attenzione dei cefalopodi. Quando il calamaro afferra l'esca, e ciò può avvenire sia lentamente con i due lunghi tentacoli che in maniera decisa con tutto il ciuffo.
Se le catture mantengono un certo ritmo, bene; proseguiamo così pescando vicino al fondo. Altrimenti conviene provare a far lavorare le esche ai vari strati d'acqua, recuperando periodicamente la lenza fino a che non giunge sottobordo e così via: si affonda di nuovo il tutto e si procede ancora, lentamente, al recupero. Se le catture scarseggiano, possiamo intuire che i calamari siano accostati da altre parti e quindi conviene attenderli nell'immediato sottocosta, a poche decine di metri dagli scogli, trainando con i remi oppure con l'ausilio del motore ad una velocità ridottissima, di circa 1/1,5 nodi. Durante questa operazione, in genere, vengono impiegate due totanare filate da poppa per circa 30/40 metri.

Nelle grandi profondità

Immergiamoci adesso idealmente negli abissi per parlare della tecnica di pesca più affascinante rivolta sempre ai cefalopodi, fatta con l'ausilio di un salpabolentino elettrico, in condizioni di buio assoluto e assenza di luna. In questo caso, lo strumento, servirà solo a calare e in seguito a salpare una particolare fonte luminosa lampeggiante. Una volta raggiunto il fondo, che talvolta sfiora i 1000 metri, rimarremo in attesa che il trave si appesantisca portandoci in superficie il segno inequivocabile che qualcosa si è "abbracciato" alla lampada. A questo punto, molto lentamente, inizieremo a recuperare la fonte luminosa con il gradito ospite a bordo, fino a quando essa non diventi visibile dalla barca (intorno ai 50/80 metri, a seconda della trasparenza dell'acqua).

Questa strategia di pesca provoca di solito il richiamo di un intero branco che, seguirà l'ascensore luminoso" fermandosi con esso a mezz'acqua. Attenzione, però, se un solo cefalopode (di solito si tratta di totani), non rimarrà ferrato bene e riuscirà a liberarsi, tutto il gruppo tornerà sul fondo e dovremo cominciare daccapo. Tuttavia, anche di giorno, superando il limite della luce e andando nel buio totale dell'abisso è possibile con una totanara speciale munita di luce stroboscopica, a tenuta stagna e pesante circa 500 grammi, effettuare delle catture eccezionali applicando semplicemente la tecnica descritta all'inizio, supportata però dal salpabolentino elettrico e da una canna da 20/30 lb, impiegati come strumenti attivi per la pesca. La netta piegata dell'attrezzo indicherà l'avvenuto attacco. Ne seguirà un lentissimo e continuo recupero della preda, raramente inferiore ai tre chili.

Write on Domenica, 16 Giugno 2013 Pubblicato in Traina

Una delle maggiori curiosità che affligge ogni pescatore sportivo, è sapere come i predatori attaccano le esche. Chi di noi non ha sognato almeno una volta di poter avere una telecamera nascosta per osservare l'esca nel momento in cui viene aggredita, e chi non ha sognato di vedere come si comporta un pesce durante la sua difesa per riguadagnare la libertà? Molti di noi hanno avuto la fortuna di osservare un predatore che afferra l'esca a pochi metri dalla barca, i più fortunati hanno subito l'attacco appena calata la lenza in mare, magari con il motore ancora in folle. I più curiosi si sono immersi con maschera e pinne per vedere un pesce allamato in acqua, ma il suo comportamento è condizionato dalla presenza di un uomo In mare. Gli anni accumulati con il motore della barca al minimo e le esche filate dietro poppa, ci possono far avere un'idea di massima di come i nostri predatori aggrediscono le esche e di come si comportano una volta allanutl.

Spigola

E' il predatore costiero per eccellenza, la maggior parte dei suoi attacchi li sferra da posizione nascosta, in quanto, non essendo un buon nuotatore, sfrutta la sorpresa ed un unico guizzo veloce per afferrare l'esca. La sua bocca spropositata, gli consente di aggredire pesci di notevoli dimensioni; dopo averli afferrati, li ingoia lentamente dalla testa. Il suo avvicinamento alle esche è sempre molto veloce e preciso, molto spesso le colpisce prima di afferrarle, in modo da stordirle al primo attacco, per poi afferrarle con più calma senza bisogno di inseguirle per un tragitto troppo lungo. In genere l'afferra a metà corpo dal basso verso l'alto quindi, sulle esche artificiali, resta spesso ferrata all'ancorina centrale, oppure esternamente durante il primo colpo di muso che infligge. Pescandola con le esche vive bisogna dargli il tempo di ingoiare altrimenti è rapidissima a sputare l'esca al primo accenno di anomalia. Una volta allamata, non oppone grande resistenza perché non possiede né molta forza, né molte energie. Le poche di cui dispone le concentra all'arrivo sotto bordo, momento in cui è probabile che rompa il terminale o si slami. In genere non va mai a cercare il fondo, ma quando lo fa s'intana ed è difficile farla uscire. Non è raro, infatti, salparla con ciuffi di alghe sull'esca. 

Dentice 

E' una tra le prede più ambite per la sua qualità di carni e per la sua bellezza, è inoltre un pesce che può raggiungere e superare i dieci chili. E' forse il più bizzarro dei predatori presenti nei nostri mari, in quanto possiede una territorialità spiccatissima, che lo porta a colpire le esche trainate, soltanto perché gli sono passate a tiro, senza l'intenzione precisa di mangiarle. Nella pesca con l'esca artificiale capita spesso di ferrarlo all'esterno della bocca, segnale lampante della sua aggressione sferrata a scopo intimidatorio. Questo accade sovente nel periodo di riproduzione, che cambia da zona a zona; probabilmente, in questa fase, il dentice non sopporta intrusi nel suo territorio di accoppiamento e li allontana mordendoli o colpendoli con il muso. Nella pesca con le esche vive può accadere di recuperare l'esca con un morso appena accennato, il che va a conferma di quanto sospettato. Quando ha intenzione di mangiare, invece insegue l'esca anche per diversi metri afferrandola in genere dalla coda o al centro. Dopo essersela assicurata saldamente tra i denti la piega in due e la ingoia. Per quanto riguarda la pesca con l'artificiale, si ferra abbastanza facilmente, ma con il vivo il di scorso cambia radi ti calmente. Spesso, dopo aver sferrato il primo morso, si accorge dell'inganno e abbandona l'attacco oppure morde ripetutamente l'esca al centro e in coda, dribblando abilmente gli ami. Per essere sicuri di ferrarlo bisogna abbassare leggermente la canna appena si avverte il suo inconfondibile strattone secco e breve, non appena si sente la lenza in tensione con un forza estranea che tende a tirare, si deve ferrare seccamente ed energicamente. Nonostante quante accortezze si possano prendere, il dentice non è un pesce facile da ferrare. Appena allamato si scatena in una fuga velocissima e molto potente, durante la quale potrebbe far entrare il filo in contatto con la roccia, dopo la prima sfuriata viene a galla abbastanza facilmente, per dare fondo alle sue ultime forze in prossimità del guadino, non è difficile che si slami negli ultimi metri di recupero. I suoi denti sono molto aguzzi ma non taglienti, non richiede il terminale d'acciaio, ma solo la doppiatura del terminale. 

Pesce serra 

Nonostante non sia diffuso uniformemente su tutte le nostre coste, è oggetto di pesca sportiva di moltissime persone, per la sua combattività e per la sua difficoltà di ferrata. E' sicuramente il pesce più feroce presente nelle nostre acque, ed uno tra i più "cattivi" al mondo. E' l'unico pesce insieme allo spada, che uccide le sue vittime senza necessariamente mangiarle, non è raro infatti trovare pesci divisi a metà dopo il suo passaggio. La sua smodata ferocia gli è coadiuvata da una dentatura terribile, praticamente possiede due lame affilatissime capaci di tagliare sia nylon di grandi diametri che kevlar di alto libbraggio. Nonostante queste premesse è uno tra i pesci più difficili da ferrare. Si lascia ingannare soltanto da esche vive o morte ma innescate a regola d'arte. Attacca ad una velocità impressionante mordendo e mutilando l'esca, con una precisione chirurgica, ma stando ben attento a non toccare gli ami. Probabilmente è tale la rapidità dell'attacco, da non consentire la penetrazione dell'amo. In genere è velocissimo, quindi non si preoccupa di spaventare le sue prede, tanto le prende lo stesso, se si trovano in acqua libera. Se si pesca a galla, lo si può vedere arrivare sull'esca lateralmente. L'unico sistema per ferrarlo è quello di lasciare il freno sul free e non appena attacca, concedergli il tempo di ingoiare l'esca con i relativi ami. La ferrata si esegue dopo aver fatto scorrere almeno una diecina di metri, portando la leva del mulinello sullo strike ed alzando repentinamente la canna. E' un pesce che imposta la sua difesa con salti ed acrobazie fuori dall'acqua, roteando lateralmente la testa, tenta con la sua dentatura affilatissima, di tagliare il vincolo che lo porta verso la barca. Per evitare questo si devono usare esclusivamente terminali d'acciaio termosaldanti e non, che comunque, di tanto in tanto, riesce a tagliare. E' un pesce divertentissimo che oppone una difesa incredibile impostata a galla, l'unica controindicazione sono i denti, che possono essere molto pericolosi anche una volta messo a pagliolo. 

Ricciola 

Siamo arrivati al pesce più ricercato dagli amanti della traina, per la sua mole e per la sua combattività. Allo stato adulto, è attratto soltanto dalle esche vive; inoltren è molto sospettoso. Spesso può accadere di avvertire un colpo secco sulla canna, e di recuperare l'esca intatta, non è raro infatti che aggredisca l'esca con il muso prima di attaccarla, forse, perché gli appare anomala. Si mette in caccia o a mezz'acqua, o immobile sul fondo al riparo di una cigliata, ed insegue le sue prede anche per decine di metri, portandole a fare salti fuori dall'acqua per tentare di sfuggirgli. Prevalentemente attacca le esche trainate in testa o metà corpo, nel primo caso le ingoia dalla testa, nel secondo e piega in due. La sua aggressione all'esca è molto violenta, ma al primo accenno di anomalia sputa l'esca, che una volta recuperata appare 'scartavetrata". A volte ingoia subito e si lancia in una fuga incontrollabile verso il fondo, a volte afferra l'esca leggermente per poi risputarla senza rimanere vittima degli ami. Un buon pescatore di ricciole sa che quando si vede il cimino della canna flettersi, bisogna abbassare leggermente l'attrezzo per dar modo agli ami di entrare in bocca prima di ferrare. Appena allamata può dare l'impressione di venire incontro alla barca, ma non appena si sente ferrata parte con una fuga velocissima e potente, sempre verso il fondo, dove tenta in ogni modo di recidere il nylon sulle rocce. Per avere buone possibilità, bisogna ostacolare nei limiti del possibile la prima fuga e portarla su un fondale alto, possibilmente sabbioso. La ricciola si da per vinta soltanto dopo aver dato fondo a tutte le sue energie, combatte sempre cercando di guadagnare il mare e quando decide di riprendersi filo, non c' è modo di ostacolarla. Gli esemplari più combattivi sono i maschi pelagici, riconoscibili perché molto lunghi , con il corpo affusolato e la coda molto grande; questi raggiungono il massimo del vigore quando il loro peso si aggira tra i 25 ed i 30 chili. Una volta portata sotto bordo, in genere non crea problemi, perché stremata. 

Leccia

Nonostante sia parente stretta della ricciola, non possiede nessuna affinità per quanto riguarda l'attacco e la difesa. In genere si lancia sulle esche prevalentemente a mezz'acqua, afferrandole a metà corpo per poi ingoiarle piegate a metà. Non appena ferrata viene a galla e non tenta come la ricciola di guadagnare il fondo. Talvolta si può esibire in evoluzioni e salti fuori dall'acqua. Pur essendo un forte e tenace combattente, non può essere paragonato alla ricciola. 

Tunnidi 

La famiglia dei tunnidi non presenta differenze comportamentali a seconda della specie. Attaccano molto velocemente ed una volta ferrati si lanciano in una fuga molto veloce, che a seconda della taglia può scaricare anche oltre cento metri di lenza. Terminata la prima fuga, si tengono in perpendicolare sotto la barca ad una trentina di metri di profondità, fino a che non hanno consumato gran parte delle energie. Sono pesci molto tenaci, che si scatenano in vicinanza della barca, momento in cui spesso riguadagnano la libertà, portando la lenza sulle eliche o slamandosi.

Write on Sabato, 15 Giugno 2013 Pubblicato in Drifting

I sistemi di pesca in drifting sono abitualmente di due tipi: in deriva e all'ancora, con possibilità di sgancio rapido della barca in fase di allamata. Questi si adattano poi alle varie aree di mare; infatti, chi per ragioni di fondale pesca sulle secche deve per forza ancorarsi e chi vuole sfruttare le correnti si posiziona in punti ritenuti strategici. Personalmente non amo molto la pesca da ancorati, poiché l'ancora della barca rimane pur sempre un inghippo al momento dell'allamata; preferisco pescare sulla spinta del vento o della corrente. Nella fase di scarroccio la barca si intraversa rispetto al mare, sfruttando così un lato del natante, ed è sempre problematica la sistemazione delle lenze. L'ideale di questa pesca sarebbe avere la barca di poppa rispetto al senso del moto ondoso o alla corrente. 

Alla ricerca dell'ancora giusta I vantaggi sono sicuramente tangibili, in quanto si ha una diminuzione del rullio della barca, la possibilità di usare tutti i portacanne così che i fili trovano la giusta direzione di uscita dai top delle canne, e la possibilità di reazione immediata dell'imbarcazione nel caso che il pesce, nella ferrata, venga sottobarca. Per raggiungere questo scopo è facile supporre di dover utilizzare ancore galleggianti. Nella ricerca di questo prodotto nautico ho provato ancore di colori sgargianti, sul rosso e sull'arancione, con sistemi di apertura con cerchi di plastica o con due righelli di legno a croce. Questo tipo di ancora mal si addice all'esigenza di riporlo velocemente in caso di strike o di essere facilmente alloggiabile su piccole imbarcazioni. Anche i colori, a mio giudizio, possono infastidire i pesci quando si avvicinano alla barca.

Nel mio girovagare su varie imbarcazioni ho avuto la fortuna di vedere come gli angler personalizzino modo di pescare. Ho visto così in furizione due ancore galleggianti molto ampie e di colore scuro che trattenevano sui due angoli della poppa una barca di 30 piedi perfettamente, con un sostenuto vento di scirocco e un mare alquanto formato. Le ancore non avevano punti rigidi, pertanto si riponevano in appositi sacchetti in pochissimo tempo e si recuperavano senza sforzo alcuno. Inoltre nell'ammortizzare le percussioni delle onde sulla poppa della barca creavano grandi vortici di acqua che potrebbero anche risultare attrattivi per il tonno. 

Come giostrarsi tra le ancore La barca, in questa posizione, rende la pesca molto agevole anche con 4 o 5 canne, con l'ausilio dei portacanne inseriti sulla seggiola da combattimento fissata al centro del pozzetto. Non risulta particolarmente difficile anche calare le canne, in quanto le due ancore tendono a stare piuttosto a galla e, non avendo nessun punto rigido, non lesionano il filo. Al fattore più importante, l'impatto con il pesce, hanno risposto egregiamente; tre tonni di circa 120150 kg, che hanno compiuto evoluzioni anche a pochi centimetri dalle ancore. Mi faceva notare lo skipper che in questa fase si sarebbe anche potuto togliere le ancore, ma c'era il rischio di intraversare la barca e comunque ai tre pesci sicuramente non davano noia.

Andando nella descrizione tecnica, queste ancore sono di colore blu notte o verde scuro, di grandezza 1,40x1,00x30 con almeno tre manici che convergono in un cerchio d'acciaio dove si an. noda la cima che va alla barca e attraverso questo scorre una cimetta che si fissa al fondo del sacco: tirando questa cimetta l'ancora si chiude immediatamente con agilità. Per evitare di usare parti rigide, l'ancora ha fissati sul bordo della barca due sacchetti contenenti piccole sfere di piombo e dalla parte opposta due sacchetti contenenti del poliuretano espanso. Cosi l'ancora non tende a girare e quindi a chiudersi. Devo riconoscere che questo particolare modo di pescare è realmente funzionale e pratico. Ancora una volta dalle esperienze personali di alcuni skipper sono nate idee veramente valide. 

Write on Giovedì, 13 Giugno 2013 Pubblicato in Surf Casting

Le orate del mattino

Con la stagione estiva si chiude un lungo periodo per noi interamente dedicato al surfcasting. Ben nove mesi, da settembre a maggio, durante i quali molte energie sono andate consumandosi, sia a livello fisico che psichico, Le tantissime ore passate sulla spiaggia, di notte e col freddo, ma anche con tante belle pre1 hanno portato come ogni anno ad una stanchezza generale che, seppur compensata da una altrettanto generale soddisfazione, necessita di un periodo di relax. Basta con l'oscurità, il vento, il freddo e quant'altro caratteristico del surf. Ma come fare a star lontano dalla canna da pesca? Semplice: ... è impossibile! Del resto lo stress non è provocato dalla canna ma dall'ambiente e da tutta l'organizzazione invernale. Ciò che si va cercando è una battuta di pesca con la testa libera, anche fisicamente, senza la Petzl o il passamontagna, senza lo stress del mare che dovrebbe calare ma non si sa, senza la paura delle alghe in continuo movimento che minacciano le nostre lenze e così via. Ciò che si va cercando è una battuta di pesca al sole, magari al fresco del primo sole, vestiti senza impegno, senza la paura di bagnarsi i piedi e godendo nel seguire la traiettoria del piombo finché questo cade in acqua. Tutto ciò, naturalmente, con grande soddisfazione per le catture. Bene, una soluzione esiste: l'orata. 

 

Biologia dell'orata

Questo spande, insidiato in mille modi nelle lunghe notti invernali, rappresenta l'anello di congiunzione tra surf e periodo delle ferie, Il suo valore sportivo è indiscusso, anche se d'estate sembra cambiare abitudini: i luoghi dove staziona normalmente, gli orari, la reazione all'allamata. Infatti, non la si trova più sotto il gradino di risacca all'inizio di un canalone ma in fondo al mare, davanti a noi, il più lontano possibile. Durante l'inverno si avvicinava alla costa solo di notte o al tramonto.

Col bel tempo invece si muove all'alba e staziona sotto costa anche nelle ore più calde della giornata. Ma ciò che risulta più strano è che arriva sull'esca con un fare svogliato e superficiale. Infatti, di norma, reagisce con violenza solo se invitata da una vigorosa ferrata. Insomma, sempre di orata si tratta, ma in versione estiva. Siccome gli esemplari catturabili non hanno limite di peso, se non quello della specie, è cosa accorta organizzarsi di quel minimo per fare bella figura con i vicini di sdraio ed i compagni di tavola. Partiamo dall'inizio. Nel periodo che va da giugno ad agosto le orate si avvicinano alla riva quando le condizioni meteo marine sono stabili e soprattutto buone. Il mare calmo è quindi una condizione indispensabile, mentre l'assenza di vento è certamente auspicabile.

 

Le ore in cui muoversi sono quelle del mattino, a partire dall'alba fino al primo pomeriggio. Attenzione però, perché in questo lasso di tempo possiamo individuare due fasce di maggiore attività, cioè periodi in cui le catture sono più frequenti, corrispondenti alle ore meno calde e più calde. Probabilmente questo fenomeno è legato alla calma delle prime ore, condizione questa che rassicura i grossi spandi disinibendoli fino all'inizio delle quotidiane attività antropiche. E a fattori chimico fisici che intervengono quando la temperatura aumenta interessando non solo l'acqua ma anche il substrato e gli animali che in esso vivono sommersi, creando una situazione alimentare favorevole e irrinunciabile al punto da trascurare i pericoli che in altre occasioni hanno tenuto le orate lontane dai nostri ami. Tutto ciò, ancora non l'abbiamo detto (ma era intuibile), si verifica nella spiaggia, soprattutto in quelle poco profonde. Inoltre, e ciò risulta di grande importanza, tutto lo specchio d'acqua antistante è normalmente utile. Niente spot particolari che segnalano concentrazioni anomale di pinnuti, ma un vasto territorio dove ogni punto può essere quello buono. In pratica anche i meno esperti possono tranquillamente sistemare le canne sulla riva senza paura di sbagliare postazione e rimanere a bocca asciutta.

Caratteristiche estive

Una delle caratteristiche dell'arata estiva è quella di arrivare sulla canna in silenzio. Specialmente noi surfcaster siamo abituati a vedere il vettino che si piega all'inverosimile e ripetutamente, segno inequivocabile che la regina ha abboccato. Ma in queste situazioni le cose cambiano radicalmente. Infatti l'arata che mangia l'esca, a meno di essere stuzzicata da una energica ferrata, rimane quasi ferma senza dar segno della sua presenza. E' per questa ragione che un cimino super sensibile può esserci di grande aiuto. Infatti il minimo movimento o tremolio della parte alta della 

canna può essere il segnale giusto. Purtroppo questa sensibilità non è prerogativa di tutte le canne e tantomeno di quelle da lancio, soprattutto se di una certa potenza. Il problema allora può essere quello di arrivare in "zona orata". Questi pesci infatti stazionano a distanza di sicurezza e siccome abbiamo appena detto che le spiagge sono poco profonde questa distanza rischia di essere troppo elevata per le comuni capacità di lancio di una bass o tanto peggio di una beach legering. Il rimedio per guadagnare qualche metro ed avvicinarsi il più possibile alla preda è quello di sbilanciare al massimo il rapporto cannanylonpiombo, riducendo pericolosamente il diametro del filo. Esasperando gli equilibri si mantiene invariata la potenza della canna (ad es. 150 grammi) e il peso del piombo (g 150), e si riduce invece il diametro del filo fino allo spessore di mm 0,20.1n questo modo la capacità di lancio è massima e la resistenza al volo è minima. Insomma questo è il metodo più immediato per coprire distanze altrimenti impossibili. Ultimamente, anche per far fronte a queste necessità, sono riapparse le heavylight rad. Si tratta di canne ancora artigianali la cui caratteristica è quella di essere abbastanza potenti e incredibilmente sensibili, quindi compatibili con l'uso di fili sottilissimi.

Purtroppo questo genere di canna, benché utilizzato già da parecchio tempo ed in diverse parti d'Europa, ancora non ha trovato uno sfogo industriale. Si tratta quindi di normalissime canne, qui da noi vanno per la maggiore le bass 13,24 once, a cui è stato amputato il cimino per sostituirlo con un vettino in fibra di vetro piena, tipo quelli utilizzati nel beach legering. Essendo come già detto una soluzione "do it yourself", in giro si vede di tutto ma le solu zioni più intelligenti riescono perfettamente, garantendo robustezza, sensibilità e soprattutto gittata. Solo nei casi più fortunati è consentito l'uso di una canna da puro beach legering, dove comunque, per aumentare i metri, è necessario giocare un pochino con il già ridotto diametro del filo in bobina. In questo caso il livello sportivo del combattimento cresce vertiginosamente, ma è ovvio che solo i fortunati più esperti potranno godersi il ricupero di una grossa arata sul filo dello 0,12.

 

Che esche usare 

Risolto il problema della canna e della gittata interviene quello dell'esca. Ed è un problema che riguarda la durata, non la funzionalità. Come dire che esche tipo arenicola o cannolicchio andrebbero benissimo ma peccano di resistenza. I piccoli pescetti che per fortuna popolano ancora le nostre acque sarebbero certamente i primi ad aggredire una succulenta arenicola, rendendo vano in pochi secondi ogni nostro tentativo. Così il murice, che tante 

volte abbiamo usato durante l'inverno, torna alla ribalta prepotentemente, ma anche il bibi, l'oloturia e tutte le esche corpose, normalmente gradite dall'orata, capaci di rimanere in acqua anche delle ore.A1 tro particolare importante è l'amo. Questo tiene conto del

Resca utilizzata e del comportamento "estivo" dell'orata. Va bene quindi un amo robusto e appena più grosso del normale , legato ad un bracciolo lungo non meno di un metro del diametro di mm 0,25 0,35, tipo long arm. Le frequenti slamate dipendono infatti dal clima "disteso" che consente all'orata di rendersi conto dell'inganno. L'amo voluminoso, se ben celato all'acuta vista dell'orata, arriva immediatamente a contatto con la preda e la frega sul tempo. Ammesso che succeda sempre così, segue nel più breve tempo possibile una ferrata energica, ripetuta diverse volte. E' il momento in cui anche l'altra parte si rende conto della realtà. Stop improvvisi, fughe repentine, corse laterali. Man mano che la preda si avvicina il combattimento diventa entusiasmante, anche per quella figura argentea di grandezza indefinita che si avvicina e a tratti scompare. Sono momenti indimenticabili. I più belli, ma anche i momenti più pericolosi, dove nessuno sbaglio è concesso e per contro la voglia di prolungare l'emozione è tanta.