Pesca a calamari di notte

E' noto che l'autunno inoltrato anticipi decisamente i rigori invernali, ma è altrettanto appurato che questa stagione intermedia risulta favorevole alla ripresa di molte discipline concernenti la pesca sportiva costiera dalla barca. Questa vigorosa ripresa avviene quando il tempo ed il mare lo permettono: nei periodi anticiclonici, ossia di alta pressione, e quindi in presenza di mare calmo, oppure tra una pausa e l'altra delle perturbazioni atlantiche che si abbattono periodicamente sulla nostra Penisola. In questi frangenti, appunto, avviene un incremento delle attività trofiche e migratorie di molte specie marine e tutto questo, da buoni pescatori sportivi quali siamo, ci stimola ad andare in mare per accogliere le nostre prede di stagione che, oltre ai pesci, sono rappresentate anche dai divertentissimi, nonché gustosissimi, calamari. 

Mezzi nautici e attrezzatura 

Dunque la pesca a questi nobili cefalopodi si può praticare sia da terra che dalla barca, adottando alcune varianti tecniche più o meno simili e ip uso da sempre sulle coste tirreniche.ln questo caso analizzeremo la pesca dalla barca, che è molto seguita ed apprezzata dai pescasportivi nostrani. 

Introducendo questa disciplina, quello che sostanzialmente occorre a chi vuole cimentarsi nella pesca al calamaro è un'attrezzatura specifica, ma comunque niente di straordinario:

  • Una barca di modeste dimensioni; è sufficiente un gozzo, un piccolo fisherman o uno scafo similare di 56 metri, possibilmente con un pozzetto abbastanza agibile per facilitare la stesura delle lenze e garantire una discreta operatIvità;
  • Una lampada per l'illuminazione a bordo, oppure una torcia da sui;  Una serie di telaietti di sughero intorno ai quali avvolgere una certa quantità di monofilo (circa 200 metri dello 0,70 per ogni telaietto), una bobina da 100 metri sempre di monofilo dello 0,30/0,35 per confezionare i finali, una serie di girelle ordinarie a tre vie e qualche piombo di grammatura variabile da usare in caso di forti correnti;
  • Alcune esche artificiali di varia forma e colorazione tipo Yozuri che simulano il gamberone, oppure artificiali fusiformi colorati;
  • Esche naturali morte rappresentate da pesci come il sugarello o la boga, da inserire in apposite gabbiette o barrette metalliche.

Indipendentemente dal tipo di esca usata, sia artificiale che naturale, alla base di ognuna ci deve essere una o più corone di spilli che hanno il compito di trattenere ed assicurare il calamaro per tutta la durata del recupero. 

Dove e come si pesca

Le abitudini di vita del calamaro (Loligo vulgaris) sono di andamento incostante e misterioso. Lo si trova nelle grandi profondità marine oppure nei bassifondi del sottocosta, ma per certo si sa che viene pescato in branchi più o meno numerosi dai pescherecci con le reti a strascico in prossimità del fondo, su una batimetrica variabile che si aggira intorno ai 60 metri. Nel periodo autunnale, che è favorevole alla sua riproduzione, accosta in copiosi branchi e si stanzia temporaneamente dove trova cibo in abbondanza, costituito da pesci e crostacei, e dove può appendere le sue uova. 

Questi luoghi sono notoriamente ricchi di posidonie, secche e rilievi più o meno pronunciati, i cui substrati sono frequentati da crostacei e molluschi. Praticamente le zone ideali dei calamari sono le praterie di posidonie nelle cui vicinanze ci siano scogli sparsi, ad una profondità variabile dai 35 ad una decina di metri, nell'immediato sottocosta. Prima di prendere il largo con la barca, conviene armare la nostra totanara nel seguente modo: prenderemo un telaietto di sughero attorno al quale avvolgeremo circa 200 metri di nylon (lenza madre) dello 0,70 che è una misura ben manovrabile e distendibile. Dopodiché fisseremo al capo libero di questa una girella con moschettone, che congiungerà il finale rappresentato da una decina di metri di monofilo dello 0,30/0,35 di sezione. Al capo libero del finale fisseremo, con un'altra girella con moschettone, l'esca artificiale, che potrà essere rappresentata sia dal classico "gamberone" Yozuri che dal tipico "fuso" che è in sostanza un piombo rivestito di filato di seta biancorossa o biancoceleste alla cui base è fissata la consueta corona di spilli. 

Un finale da esplorazione

Il "gamberone" Yozuri, invece, ha una deriva centrale in piombo ed è rivestito da un filato in seta variopinto: biancoa ranci o, biancoceleste, biancorosso fluorescente ecc., sempre con la mono o con la doppia corona di spilli fissata nel punto della "coda". In base alle personali esperienze di pesca al calamaro ho constatato che il "gamberone" risulta più catturante delle altre esche artificiali, in modo particolare mi riferisco a quello biancoarancio! Comunque, ciò non è dato per scontato: a volte l'umore bizzarro dei cefalopodi fa orientare i loro gusti altrove, magari verso l'esca naturale morta, che ricordo può essere rappresentata dal sugarello o dalla boga che vanno inseriti nella gabbietta o nello stelo. E' consigliabile, quindi, al momento dell'azione di pesca, tenere pronti alcuni telaietti armati con esche varie, artificiali e naturali. Una variante tecnica può essere quella di inserire più esche artificiali lungo il finale, per esplorare contemporaneamente più strati d'acqua. In genere ne vengono inserite due o tre e sono così ripartite: la prima al moschettone del capo della lenza madre, la seconda a metà distanza della lunghezza del finale, e la terza al moschettone finale, con aggiunta di piombo se al momento esiste una discreta corrente marina. L'esca intermedia va applicata al finale tramite girella a tre vie oppure con una semplice cappiola sul finale stesso. 

L'azione di pesca

Ipotizzando a questo punto di avere tutto pronto barca, lampada, lenze plurime armate con esche artificiali e naturali vediamo come deve svolgersi l'azione di pesca. Andiamo con la nostra imbarcazione sul luogo scelto nelle ore pomeridiane, dopodiché ci fermiamo e andiamo in deriva scarrocciando lentamente. Caliamo le nostre lenze fino a farle arrivare sul fondo, quindi recuperiamo il finale per circa un metro e iniziamo ad imprimere al nylon un movimento brusco verticale, per vitalizzare l'esca stessa e con ciò sensibilizzare l'attenzione dei cefalopodi. Quando il calamaro afferra l'esca, e ciò può avvenire sia lentamente con i due lunghi tentacoli che in maniera decisa con tutto il ciuffo.
Se le catture mantengono un certo ritmo, bene; proseguiamo così pescando vicino al fondo. Altrimenti conviene provare a far lavorare le esche ai vari strati d'acqua, recuperando periodicamente la lenza fino a che non giunge sottobordo e così via: si affonda di nuovo il tutto e si procede ancora, lentamente, al recupero. Se le catture scarseggiano, possiamo intuire che i calamari siano accostati da altre parti e quindi conviene attenderli nell'immediato sottocosta, a poche decine di metri dagli scogli, trainando con i remi oppure con l'ausilio del motore ad una velocità ridottissima, di circa 1/1,5 nodi. Durante questa operazione, in genere, vengono impiegate due totanare filate da poppa per circa 30/40 metri.

Nelle grandi profondità

Immergiamoci adesso idealmente negli abissi per parlare della tecnica di pesca più affascinante rivolta sempre ai cefalopodi, fatta con l'ausilio di un salpabolentino elettrico, in condizioni di buio assoluto e assenza di luna. In questo caso, lo strumento, servirà solo a calare e in seguito a salpare una particolare fonte luminosa lampeggiante. Una volta raggiunto il fondo, che talvolta sfiora i 1000 metri, rimarremo in attesa che il trave si appesantisca portandoci in superficie il segno inequivocabile che qualcosa si è "abbracciato" alla lampada. A questo punto, molto lentamente, inizieremo a recuperare la fonte luminosa con il gradito ospite a bordo, fino a quando essa non diventi visibile dalla barca (intorno ai 50/80 metri, a seconda della trasparenza dell'acqua).

Questa strategia di pesca provoca di solito il richiamo di un intero branco che, seguirà l'ascensore luminoso" fermandosi con esso a mezz'acqua. Attenzione, però, se un solo cefalopode (di solito si tratta di totani), non rimarrà ferrato bene e riuscirà a liberarsi, tutto il gruppo tornerà sul fondo e dovremo cominciare daccapo. Tuttavia, anche di giorno, superando il limite della luce e andando nel buio totale dell'abisso è possibile con una totanara speciale munita di luce stroboscopica, a tenuta stagna e pesante circa 500 grammi, effettuare delle catture eccezionali applicando semplicemente la tecnica descritta all'inizio, supportata però dal salpabolentino elettrico e da una canna da 20/30 lb, impiegati come strumenti attivi per la pesca. La netta piegata dell'attrezzo indicherà l'avvenuto attacco. Ne seguirà un lentissimo e continuo recupero della preda, raramente inferiore ai tre chili.