Write on Sabato, 15 Giugno 2013 Pubblicato in Bolognese

Una pescata, di solito, dura diverse ore; durante questo periodo di tempo alcuni fattori possono influenzarne l'andamento e i primari sono la marea ed il vento. Se la nostra pescata, poi, si svolmin notturna un altro fattore ancora può arrecare mutamenti: la luna.
Generalizzare la nostra azione di pesca in notturna per l'arco dell'intero anno è impossibile, poiché temperatura e ore di luce differenti alterano ogni possibile tentativo di schema. Visto che adesso siamo in estate e che passare alcune nottate su una scogliera può essere anche un simpatico modo per combattere il caldo diurno o comunque essere una ragione valida od un banale pretesto verso i familiari quando questi si rifiutano di accompagnarci, parliamo un po' di come si può presentare una nottata di pesca estiva sulla scogliera.

L'alba ed il tramonto sono da sempre considerati come i momenti magici per la pesca da terra. Tante specie, infatti, si avvicinano alla costa e la loro attività alimentare sembra aumentare; o meglio, sembra che alcune di esse perdano un po della loro diffidenza e si decidano ad abboccare alle esche con buona lena.

Una scogliera in notturna, offre la possibilità di sondare il territorio marino sottostante, con diverse tecniche fra cui, quella a fondo con il pasturatore.
Come possiamo ben vedere ci troviamo di fronte a condizioni assai mutevoli da luogo a luogo, ma con il tempo abbiamo potuto verificare delle situazioni abbastanza similari un po' dovunque. La notte, come sappiamo, inizia con il calare del sole e in tali momenti, se ci troviamo su una scogliera in condizioni di mare piatto e vento debole, potremo notare che la superficie liscia comincerà ad animarsi: bollate di pesci più o meno piccoli saranno visibili dappertutto. Generalmente si tratta di novellame quale latterini, acciughine, boghette ma non di rado ad essi si accomunano pesci interessanti per la pesca come ad esempio le occhiate, le boghe, i sugarelli. Sul calare del sole la nostra tecnica sarà rivolta ad una pesca prettamente di superficie; le nostre esche, infatti, dovranno essere fatte lavorare sino ad un massimo di due o tre metri sotto il pelo dell'acqua, anche su fondali profondi. Avremo bisogno di attrezzature abbastanza leggere, capaci di lanciare anche a distanza galleggianti di piccole dimensioni; in queste condizioni possono essere ideali gli inglesi. 

Sulla scia della pastura

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Generalmente la tecnica di superficie viene accompagnata dalla pasturazione che, pur leggera che sia, tende a portare alcune particelle di richiamo anche verso il fondo; così, man mano che passa il tempo, i pesci che prima pescavamo in superficie potremo trovarli un poco più in profondità e tale fatto potremo notarlo, comunque, anche quando peschiamo senza pasturare; sembra cioè che dopo un po' che il sole è tramontato e si è fatto buio, i pesci tendano a ritornare più verso il fondo, e a noi non rimane altro che seguirli, facendo lavorare le nostre esche più profonde. In fondali piuttosto consistenti è evidente che l'impiego dei galleggianti scorrevoli diventa una soluzione assai pratica: con essi, infatti, avremo la Possibilità di seguire le varie fasi evolutive degli spostamenti dei pesci, dalla superficie sino a fondali molto superiori alla lunghezza della canna con cui peschiamo.

Appetito e inappetenza

La fase di mangianza del tramonto può avere durata più o meno lunga e generalmente si esaurisce nell'arco di un paio d'ore. Da tale momento, per ancora due o tre ore, avremo una fase di stanca, momenti cioè in cui i pesci mangiano più svogliatamente e dovranno essere stimolati, magari prolungando le passate se siamo in presenza di corrente, o allungando i tempi di pesca e quindi verificando lo stato delle esche ad intervalli più lunghi. Sulla mezzanotte riavremo un momento di mangianza abbastanza buono, dove anche i saraghi potranno essere partecipi del festino e con essi le spigole. Tale momento durerà circa un'ora e sarà seguito da una successiva fase di stanca che si trascinerà verso le tre o le quattro 

quando, in prossimità del sorgere del sole, noteremo che l'attività alimentare dei pesci tenderà ad aumentare di nuovo, sino quasi a giorno fatto. Questo potrebbe essere "l'attimo fuggente" quello, cioè, in cui anche i pesci di grossa taglia possono essersi avvicinati alla riva e potrebbero essere stati attirati dalle nostre pasture, poiché vi è da tener presente che un pesce grosso, in eguaglianza di specie, si muove più lentamente di uno di taglia minore e che la calma e il silenzio della notte ne favoriscono l'avvicinamento. E' così che avviene l'incontro con l'orata di grosse dimensioni o con la spigolona.

 Schemi teorici ed empirici

Tutto ciò che è stato descritto sino ad ora, e che sembra corrispondere ad uno schema preciso, può subire profonde modificazioni dovute ai fattori cui abbiamo accennato in apertura. Va comunque detto che questo tentativo di analisi, su come si può articolare una pescata in notturna, è il risultato di centinaia di notti trascorse "da sole a sole" sulle scogliere e non si basa soltanto su una o due prove. Naturalmente una levata di vento improvvisa e non prevedibile ha condizionato molte delle nostre pescate, così come le maree ne hanno influenzate altre, a volte positivamente in altri casi in modo negativo. Ad esempio un culmine di marea alle due di notte ha significato un incremento di mangianza almeno un'ora prima di tale orario, sballando quindi le nostre "regole non regole". Anche la luna, abbastanza spesso, ha fatto sballare i nostri schemi: più di una volta l'abbiamo trovata piena ed i predatori insistevano a lungo nella loro caccia in superficie, facendoci perseverare nella presentazione delle esche a galla; a volte invece abbiamo dovuto aspettare che l'astro notturno tramontasse per vedere qualche allamata alle esche calate più in profondità. Sembrava che la sua presenza in cielo disturbasse l'appetito dei nostri antagonisti; forse questo può essere interpretato come sofisma, ma se ci facciamo caso potremo accorgerci proprio di una certa ripetitività di certi avvenimenti, anche riferendosi ad una sola nottata di pesca.

Write on Giovedì, 13 Giugno 2013 Pubblicato in Bolentino

La pesca a bolentino effettuata su fondali molto consistenti, come tutti sappiamo, può riservare sorprese a non finire. Infatti, esercitando la nostra tecnica a partire da 100 metri, quasi sempre non sapremo cosa ci aspetta all'altro capo del filo, specialmente se avremo calato esche di dimensioni voluminose. Per tutti questi motivi chi si reca a pesca di profondità non parte con l'idea di catturare una specifica specie: una volta individuata la posta giusta, cerca in qualche modo di catturare quello che "passa il convento". Questo discorso vale per un classico calamento a tre ami, con piombo terminale, usando gli inneschi del gambero di paranza, del trancio di calamaro o del filetto di sarda. Contrariamente, quando invece caliamo un terminale con uno o due braccioli di nylon o di cavetto di acciaio che recano uno o due ami del 6/0 innescati con una sarda intera, siamo coscienti che qualcosa di grosso prima o poi dovrà abboccare: una gallinella, un San Pietro oppure un grongo. Mai e poi mai capiterà invece di catturare un pesce piccolo. Se questa è la teoria, la pratica come sappiamo è del tutto diversa e ciò che poi è capitato al sottoscritto in una recente battuta di pesca lo dimostra ampiamente. 

Cronaca di pesca

Calamenti appropriati per pesce grosso, esca voluminosa e alla prima cala... una castagnola rossa, alla seconda una boga; senza considerare che tutte le volte che l'esca arrivava sul fondo (105 metri) veniva letteralmente presa d'assalto da questi pesciuzzi. Le soluzioni a questo punto erano davvero poche, come pochi, o quasi erano i pesci belli portati a bordo. Fatto sta che, nella noia di vedere attaccate le nostre esche in maniera inesorabile, un componente della battuta ha lasciato la canna in mare con una boga allamata.Il San Pietro si è rivelalo un predatore formidabile e le sue preferenze sono rivolte solo all'esca viva.  La canna si piegò di colpo lasciando di stucco tutti i pescatori a bordo. Una resistenza iniziale al recupero e poi un peso morto che veniva dal profondo blu. Quella passività dava però adito a scarse speranze. Poteva essere un polpo, un'aragosta (ci è capitato diverse volte), oppure... un pesce buono. Cosi fu, infatti; circa venti metri sotto la barca incominciammo a vedere una massa scura che piano piano veniva a galla. Occorse poco tempo per capire che si trattava di un bellissimo pesce San Pietro. Di lì a poco, dopo i complimenti al pescatore, notammo che il nostro esemplare aveva letteralmente Ingoiato la boga rimasta allamata. la brillante idea iniziale si era rivelata vincente. Decidemmo allora di lasciare tutti la canna in pesca con l'eventuale piccola preda che sarebbe rimasta allamata... ma, come tradizione vuole, da quell'istante sia le boghe che le castagnola rosse decisero di mangiare a sbafo, senza pagare il pegno dell'amo.

 Primi tentativi

Cambiammo allora sistema.
Montammo una canna per catturare le esche e, preparata una lenza con ami piccoli e un pezzetto di totano, calammo sul fondo. Alla prima cala catturammo subito una boga ed una castagnola, che appena salpate furono innescate e rimandate sul fondo con una canna ed un finale adeguati ad ... una preda come il San Pietro. Passarono alcuni minuti, una decina circa, ma nessun segno veniva dalla canna calata con l'esca 'che credevamo viva. Contrariamente alle nostre aspettative, e come legge di natura vuole, le nostre esche salpate dalla profondità non avevano resistito alla velocità del recupero, per cui erano inesorabilmente morte e quindi poco appetibili. I tentativi successivi di innescare pesci vivi furono vani, per cui incominciarono a fioccare le idee destinate ad escogitare un qualcosa che potesse portare una boga o una castagnola rossa viva e guizzante sul fondo, A nulla servirono il recupero lento dell'esca, il suo mantenimento nella vasca del vivo e la reimmissione veloce in acqua. Dopo un po' di tempo ad un amico di pesca venne un'idea che ritenni inizialmente banale, ma che presto, invece, si rivelò un successo inaspettato.

 L'intuizione geniale

Avrebbe provato a pescare le carpe come nel lago, a carpfishing! Iniziammo a preparare un terminale da bolentino così distribuito: lenza madre dello 0,50, girella a barilotto fermata tra due perline e due nodi piani a quattro giri: a distanza di circa 60 centimetri un piombo da circa 200 grammi. Alla girella fissò un bracciolo di lunghezza di 40 centimetri al quale legò un amo del 4/0. E qui venne il bello. Sulla curvatura dell'amo legò un bracciolo di nylon di diametro dello 0.20 di lunghezza di circa 10 centimetri al quale fissò un amo del n. 10. Preparato un bocconcino di totano, lo mise sul piccolo amo e calò la lenza sul fondo con un piombo da circa 200 grammi. «State a vedere!», disse. Appena la lenza giunse sul fondo le boghe attaccarono l'esca e subito una rimase allamata. A questo punto appoggiò la canna alla battagliola della barca ed attese. 11 vettino della canna era tutto un sussultare continuo a causa della boga. Sussulto che improvvisamente si tramutò in una curvatura completa dell'attrezzo. Un enorme San Pietro era rimasto ingannato dal finale trabocchetto. Una volta in barca notammo che il pesce si era letteralmente ingoiato la boga, il bracciolino e tutto l'amo del 4/0. Con questo sistema quel giorno abbiamo continuato a catturare diversi esemplari: sinceramente il nostro amico dulciacquicolo ci aveva dato una bella lezione di pesca. Pensando ad una cosa abbastanza casuale, data dal momento e soprattutto dalla giornata, ho ripetuto il tentativo su altre secche in condizioni diverse ed ho potuto constatare un successo inaspettato. Tale sistema si rivela soprattutto positivo quando nella zona di pesca è presente la minutaglia che continuamente attacca le esche. Forse proprio per questo i pescetti creano sul fondo una situazione che attira i pesci predatori in zona. Da notare anche un fatto particolare: i nostri San Pietro abboccano quasi esclusivamente alla castagnol rossa ed alla boga, disdegnando gli altri pesci, anche se vivi.

Molti esperimenti sono seguiti a tale battuta di pesca, che ci hanno insegnato sempre cose nuove; addirittura adesso usiamo un finale con tre braccioli e il piombo terminale in modo da offrire sempre l'esca in pesca al predatore. Infatti con un solo amo poteva capitare che il boccone fosse mangiato, oppure che la boga si slamasse dopo poco. Con tre bocconi abbiamoquindi maggiori possibilità, ma soprattutto abbiamo il vantaggio di poter lasciare in pesca la canna un tempo nettamente superiore. In caso di assenza completa di minutaglia possiamo lo stesso tentare con il pesce vivo, catturato a terra e mantenuto in una apposita vasca. Abbiamo constatato che i pesci catturati in acqua bassa, soprattutto le boghe, vivono senza particolari problemi anche se calati a profondità. mentre è una cosa completamente diversa per quelli catturati sul posto, salpati e poi rimessi in acqua.

Write on Giovedì, 13 Giugno 2013 Pubblicato in Pesca da terra

La pesca con canna dalla riva viene praticata dalle banchine portuali o dalle scogliere artificiali e naturali. Si tratta di una tecnica di pesca completa per via delle molteplici situazioni che il pescatore deve affrontare. Ad esempio la pesca di fondo, di superficie e a mezz'acqua. Inoltre, le prede, essendo di varie specie e dimensioni, costringono il pescatore ad una guerra su mille fronti e quindi ad un costante variare della tecnica, con l'uso di fili sottilissimi e canne super sensibili.

Il surf casting, in senso lato, è anch'esso una tecnica di pesca completa, almeno quanto la canna da riva, giacché pone il pescatore di fronte ad una enorme varietà di situazioni, legate alle prede, all'ambiente ed alle attrezzature. Infatti, dal primordiale surf casting di una volta, il solo ammesso dalla più antica e rigida scuola italiana, si è arrivati, sempre grazie ad intuizioni maturate in Sardegna, ad un tecnico e sportivo light casting, per approdare, in seguito alle più spinte esigenze agonistiche, al beach ledgering. Surf casting, light casting e beach ledgering sono quindi materia di chi pesca dalla spiaggia. E siccome in Italia la pesca dalla spiaggia si identifica nel surf, il soggetto che maggiormente interviene è appunto il surf caster. Alle canne potenti fino a 8 once si affiancano, quindi, invisibili fuscelli da 30 o 40 grammi. Ai grossi mulinelli con fili del diametro di mm 0,40, si affiancano piccolissimi "fixed spool" che contengono solo 200 metri dello 0,20.

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Così agli ami n. 7/0 si aggiungono quelli n. 12. E soprattutto, alle zavorre di 200 grammi si affiancano quelle di 20/30 grammi. Per quanto riguarda le prede il discorso si fa un po' più complesso. Infatti, ad un'analisi superficiale i più sarebbero tentati di associare le grosse prede alle attrezzature pesanti e quelle piccole alle attrezature leggere. Ma l'amo piccolo o il filo sottile non sottintendono automaticamente il ridimensionamento delle prede, tuttalpiù una marcata predisposizione a qualsiasi tipo di cattura lasciando spazio al più sportivo dei combattimenti. Sulla base delle più recenti evoluzioni tecniche che rappresentano la realtà in tutti i nostri litorali ed a cui si deve la completezza del surfcaster, sarebbe opportuno riclassificare la pesca al lancio dalla spiaggia ma per questo vi dobbiamo rimandare ad una prossima volta. Quel che ci preme per adesso è evidenziare che il surfcaster, in funzione delle diverse tecniche di pesca a lui congeniali (surf casting, light casting, beach ledgering), rappresenta un pescatore completo come quello che pratica la canna da riva.

L'attrezzatura

Le canne da beach ledgering sono le più leggere in uso nella pesca dalla spiaggia ed hanno quindi una potenza di lancio limitata, generalmente non supera i 50 grammi. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di canne telescopiche il cui ultimo elemento, quello di punta, è però ad innesto.Questa caratteristica consente di montare cimini di diversa azione, aumentando notevolmente e spesso esageratamente il range d'azione della canna. Addirittura sono disponibili cimini con potenza di lancio intorno ai 100 grammi. Una valore incredibile che sconfina su un territorio che nulla ha a che fare con il beach ledgering e che spesso interrompe bruscamente la normale azione della canna. Utilizzando al meglio i vettini idonei, due o addirittura tre elementi ad innesto in fibra di vetro piena, si può coprire con molta precisione e diverse azioni la scala che va da pochi grammi fino a 50. Ciò, naturalmente, vale anche per le canne ad innesti. Altrettanto valide sono le telescopiche tradizionali che, in barba all'osannata intercambiabilità delle vette, presentano un solo cimino, sempre telescopico, dedicato il più delle volte ad una potenza universale, sicuramente capace di soddisfare il pescatore non perfezionista. D'altra parte i cimini intercambiabili hanno il pregio di presentare gli anelli guidafilo fissi, e non scorrevoli come succede nelle normali telescopiche.

Un aspetto questo da tener presente perché il diametro delle lenze che si usano normalmente difficilmente supera i mm 0,20.  La lunghezza delle canne è compresa, normalmente, tra m 4 e m 4.50, una misura che è ormai diventata uno standard in tutte le tecniche di pesca a fondo dalla spiaggia. Il mulinello, considerati i delicati equilibri è assolutamente affidabile, conico, con avvolgimento a spire incrociate e piccolo quanto basta per gestire 200 metri dello 0,16, 0,18, max 0,20. Lo shock leader a volte non è necessario tanto leggere sono le zavorre da lanciare. Al massimo comunque si utilizza uno 0,30. I calamenti sono quasi impalpabili. Tutto, è ridotto ai minimi termini, sia fisicamente che numericamente. Girelle, perline, braccioli ed anche gli ami, fanno parte solamente di questa tecnica, appunto ultraleggera. Un particolare snodo per bracciolo, ad esempio, contrariamente a quanto avviene nel solito schema "nodo perlina girella perlina nodo" viene realizzato senza girella e addirittura con una sola perlina. Il tutto in virtù della massima leggerezza. E i grovigli? Per i braccioli è quasi sempre sufficiente la treccina, un sistema che irrigidisce la parte iniziale del bracciolo e lo rende immune dai normali attorcigliamenti dovuti alla corrente o ad un ricupero impaziente. In breve un calamento tipo long arm è realizzato in questo modo. Attacco a 20 centimetri dal piombo, direttamente sullo shock leader. Lo snodo è costituito da una perlina fermata sullo shock da due nodi semplici, ovviamente uno sopra ed uno sotto. Il bracciolo si inserisce nel foro della perlina e ad essa viene legato con un nodo tipo uni. Per ottenere l'intercambiabilità dei braccioli, anziché legarli alla perlina è sufficiente praticare una gassa sull'estremità del bracciolo, inserire la gassa nel foro della perlina ed inserire infine l'amo e poi il bracciolo attraverso la gassa che spunta dalla perlina. I piombi più grossi, l'abbiamo già sottolineato, arrivano a pesare intorno a g 50. Ma i più leggeri ne pesano appena 5. Anche nel beach ledgering la gittata riveste un ruolo fondamentale. E' evidente, quindi, che le zavorre più leggere saranno usate nella pesca a breve distanza o nel sotto riva, mentre le più pesanti, per le quali è indispensabile una forma aerodinamica, serviranno per superare i 50 metri alla ricerca dei 100. Gli ami sono in sintonia col resto dell'attrezzatura. Piccoli, fini e leggeri. Del resto l'esca che meglio si adatta a questo tipo di pesca sono i vermi, principalmente l'arenicola. Ma anche tremolina o sardina, se le prede sono i muggini. Già, i muggini. Una specie che fino a ieri volava dalla spiaggia verso il mare camuffata da esca e adesso si ritrova, di punto in bianco, dall'altra parte a fare la vittima. Pensate, il muggine, la preda che ha dato il successo e reso completa la pesca con canna dalla riva.

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